VENEZIA. Scomparsi i grandi interpreti del Novecento, Chopin, uno degli autori più amati dal pubblico, si sente oggi soprattutto affidato a giovani vincitori di concorso o alle ultime invenzioni del mercato discografico. Fortunatamente però c’è Grigory Sokolov, uno dei più grandi chopiniani di sempre, che, per la Società Veneziana Concerti, alla Fenice, ha offerto un recital dedicato interamente alla musica del compositore polacco.
Nessuno come lui sa proporla con quella seducente mutevolezza per cui ogni momento differisce dall’altro, ogni ripetizione è una novità. Esordisce con la Sonata op. 58. L’inizio è perentorio, ma Sokolov sa che non si va verso la monumentalità beethoveniana, ma verso il magico secondo tema che ricrea il clima di un notturno, mentre emergono spunti che potrebbero appartenere ad una ballata.
Suona disteso, senza tempi convulsi, il grande pianista russo. Stabilisce con l’ascoltatore un clima di colloquio intimo, quello con cui Chopin doveva rivolgersi ai pochi che avevano la fortuna di sentirlo improvvisare. Il pianoforte canta in maniera superba e il suono passa attraverso infinite sfumature dinamiche, restando pieno, rotondo, senza ruvidezze anche nei fortissimi più decisi. Lo Scherzo diviene un avvincente studio di leggerezza. Il Largo può essere sostenuto in tutta la sua dilatazione, creando tuttavia un enorme tensione emotiva, perché ogni nota viene cesellata, a ciascuna conferendo un colore diverso.Il finale è davvero Presto, non tanto, dunque senza esagerazioni, perché, sembra suggerirci, Chopin è fieramente cavalleresco, mai pomposamente eroico.
Solo Sokolov può impaginare nella seconda parte una scelta di dieci mazurke, miniature nelle quali, a leggere Liszt, soprattutto si trova lo Zal, «parola polacca che racchiude tutta la scala dei sentimenti prodotti da un intenso rammarico, dal pentimento fino all’odio, frutti benedetti o avvelenati di quell’aspra radice».Solo Sokolov può dare il senso della perfezione con la semplice poesia della mazurka op. 68 n. 2, o raggiungere l’empireo di rarefazione della mazurka op. 50 n. 3. Perso il senso originario di danza, diluito in un estremo “rubato”, il suo fraseggio si modella sui moti dell’animo di una sensibilità d’interprete raffinatissima.
Secondo la consueta generosità di questo magnifico pianista, esaurito il programma di sala sono seguiti ben sei bis, altri quaranta minuti di delizie. Con l’esecuzione strepitosa di tre improvvisi e di un Klavierstuck di Schubert è sembrato voler suggerire chi sia stato il più diretto precursore di Chopin. Una serata davvero memorabile alla Fenice.
07 aprile 2014
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